C’è una casa, privata, diciamo una tenuta, derivata
da una vecchia bigatteria, ovvero un’antica attività di allevamento del baco da
seta. Poi c’è un assessore del Comune di Pescara che, guarda caso, è
proprietaria di quella vecchia bigatteria che, pensa e ripensa, decide di
trasformarla in Country House-struttura turistico-ricettiva, come già ce ne
sono altre lì vicino, sempre a Città Sant’Angelo. E poi c’è, guarda caso, un
bando regionale, uscito con il governo Chiodi, chiuso con il Governo D’Alfonso,
poi riaperto, poi richiuso, poi riaperto, e infine assegnato, per l’erogazione
di somme a fondo perduto per investire, guarda caso, in strutture
turistico-ricettive. E infine, ancora, c’è quell’assessore comunale che decide
di partecipare al bando e, guarda caso, vince pure: si classifica al 45° posto
sulle sole 88 aziende ammesse a finanziamento e materialmente finanziate, su
600 domande complessivamente presentate e sole 133 giudicate idonee, ma non
tutte, appunto, finanziate. È legittimo? Assolutamente sì, la procedura, per
quel che ci è dato sapere, sì, lo è. È opportuno? No, non lo è. E non lo è
ancor più quando, nel momento in cui i giornalisti scoprono la notizia, che è
una notizia, l’assessore affida subito l’incarico a un legale per farsi
difendere e minacciare querele a chi parla di questo caso. E qui la domanda è
spontanea: perché avere subito a portata di mano un avvocato per minacciare
querele? Chi vive sereno, normalmente, non ha un avvocato sotto il cuscino da
tirare fuori, come una 44 Magnum, appena qualcuno osa pronunciare il suo nome
invano. Ma questi sono i fatti. Ora: la materia è già stata ampiamente sviscerata
dagli Organi di stampa nazionale e locali. In sostanza, tanto per riassumere, c’è
l’assessore Paola Marchegiani (così ci mettiamo subito tranquilli se intende
querelare) che, stando a quanto riportato dai colleghi, è proprietaria di una
ex bigatteria ricevuta in eredità a Città Sant’Angelo. Decide di trasformarla
in country house da dare in gestione alle figlie, per farlo ci vogliono molti
soldi, in parte, dice lei nelle note ufficiali diramate dal suo avvocato,
investe suo marito, Fabrizio Coppa Zuccari, in parte decide di accedere a un
bando regionale per l’assegnazione di contributo a fondo perduto, ovvero
prestiti che non dovranno mai essere restituiti all’Ente, per il settore
turistico-ricettivo. Lei è tra i fortunati che si vedono assegnare il fondo,
150mila euro. Punto. Quello che però non è stato ben approfondito è la storia
di questo bando, nato con delibera di giunta numero 279 del 14 aprile 2014, la
cui prima scadenza era fissata al 14 luglio 2014. Gli imprenditori cominciano a
mandare le proprie candidature, nel frattempo ci sono le elezioni regionali,
cade il Governo Chiodi, e il 25 maggio 2014 si insedia il Governo D’Alfonso.
Nel frattempo gli uffici, il 22 maggio 2014, si sono già accorti che nel bando
ci sono dei piccoli errori materiali, il bando viene riscritto, ripubblicato il
30 maggio e la nuova scadenza viene fissata al 29 luglio 2014, quindi uno
slittamento leggero di soli 15 giorni, com’era giusto che fosse visto che
parliamo di un bando già pubblicato da mesi. Gli imprenditori interessati
continuano a mandare le domande, qualcuno azzarda anche a chiedere alle
Associazioni di categoria quante ce ne sono al protocollo, ‘poche, pochissime’
è la risposta verbale e gli imprenditori ben sperano. Si avvicina la scadenza,
il 28 luglio, il 29 luglio scade il bando, poi però la sorpresa: il 30 luglio
sul sito della Fira spunta un comunicato stampa in cui si annuncia che con
delibera di Giunta regionale n.503 del 29 luglio, giorno della scadenza del
bando, lo stesso bando è stato nuovamente…riaperto…per la seconda volta, e la
nuova scadenza viene fissata al 15 settembre 2014. Perché? La presunta
motivazione, l’unica, è che ‘il 25 luglio c’è stata una comunicazione del
Segretariato Generale della Presidenza che ha trasmesso la richiesta di
Assoturismo-Confesercenti, afferente la necessità di uno slittamento della
scadenza della presentazione delle domande di ammissione al beneficio almeno
fino al mese di settembre, in quanto le aziende sono oggi impossibilitate a
lavorare sul Bando stesso’. Dunque, quattro giorni prima della scadenza dei
termini, anzi, ‘solo’ quattro giorni prima della scadenza dei termini, una sola
Associazione di categoria, Assoturismo-Confesercenti, si accorge che i suoi
imprenditori, in piena estate, non hanno tempo per lavorare al bando e fanno la
domanda per la proroga, la seconda, dei termini. Una domanda che viene
protocollata e portata all’attenzione della giunta regionale in tempi record. Ma
soprattutto, è singolare che Confesercenti chieda la proroga di un bando
originariamente pubblicato in primavera, quindi i suoi associati hanno già avuto
oltre tre mesi per preparare le proprie documentazioni. Ed è singolare che la
domanda arrivi solo da Confesercenti che, guarda caso, conta dentro il
Consiglio comunale di Pescara due propri esponenti in quota Pd, ossia in quota
maggioranza, stesso partito dell’assessore, ma questo è sicuramente il caso o
il fato! Dunque la Regione accoglie l’istanza di Assoturismo-Confesercenti e in
quattro e quattr’otto riapre i termini. Ma non è finita: riaprendo il bando si
rimette tutto nel calderone, ma soprattutto, non solo si dà la possibilità a
chi non aveva ancora partecipato di candidarsi, ma si permette anche a chi
aveva già presentato la domanda e il progetto, di rivedere la propria
posizione, ossia di integrare, modificare o sostituire completamente la domanda
già depositata e protocollata, il tutto molto comodamente, ossia con un mese e
mezzo di tempo a disposizione, quindi anche il tempo necessario per andare in
ferie, farsi le vacanze, tornare, e rimettere mano al progetto. A settembre si
chiudono i termini, finalmente, ed ecco che dalle ‘poche, pochissime’ domande di
luglio (tanto poche da giustificare l’intervento della Confesercenti per la
riapertura del bando), si arriva alle 600 candidature, 600 imprese a fare a
cazzotti per accaparrarsi la torta da 16 milioni 133mila 457,25 euro. Delle 600
piccole aziende, solo i progetti presentati da 133 sono giudicati idonei, e di
queste 133 solo 88 vengono finanziate, compresa l’assessore Paola Marchegiani
che si piazza proprio a metà classifica, né troppo sotto, né troppo sopra, ma
nel mezzo. Ora, al di là della posizione dell’assessora, come ama farsi
chiamare rivendicando il suo essere donna, a suscitare quesiti e domande è
proprio quel bando: perché è stato riaperto in seguito all’istanza di un’unica
associazione di categoria? Perché dargli maglie tanto larghe da permettere a
chi aveva già presentato la domanda in prima istanza, di migliorarla,
integrarla o addirittura di presentarne una ex novo? Dicono, i bene informati,
che l’assessora abbia presentato il suo progetto il 22 luglio. Già, ma né per
lei, né per gli altri 87 fortunati ammessi a finanziamento, sapremo mai se, tra
agosto e settembre, sono tra quelli che hanno integrato, modificato o
sostituito la prima domanda, perché il protocollo riporta solo la prima data
originaria di presentazione del fascicolo, e non la data delle eventuali
aggiunte. Ecco, è tutta questa procedura, tanto nebulosa, circondata da tanti perché,
che rende inopportuna quella candidatura. Urla l’assessora, ‘ma perché faccio l’assessore
non ho gli stessi diritti degli altri?’. Nessuno a oggi le ha risposto, lo
faccio io dal mio blog: no, assessora, ricoprire il suo incarico significa
avere meno diritti, ma più doveri rispetto a tutti gli altri comuni cittadini.
Significa che, oltre al legale e al legittimo, lei deve anche fare attenzione
all’opportuno e al nonopportuno. La sua proprietà aveva certamente il diritto
di concorrere al bando, bastava non ci fosse il suo nome, visto che ha
partecipato come persona giuridica. La Country house la gestiranno le sue figlie?
Benissimo, legittimo, bastava che intestasse la proprietà alle sue figliole che
avrebbero seguito la stessa procedura, ma senza suscitare alcuna curiosità. Il
suo nome, allora, si difenderà, dovrebbe essere sinonimo di trasparenza? No,
non lo è, ma piuttosto è un nome che suscita curiosità e biasimo, così come se
al suo posto avessero concorso assessori di centro-destra dell’epoca del
sindaco Albore Mascia e al governo regionale ci fosse stato il Presidente
Chiodi. Lei sarebbe stata la prima a salire in piedi sugli scranni dell’aula
consiliare, a gridare allo scandalo, e a chiedere la testa del sindaco, dell’assessore,
del Presidente Chiodi, e, ma sì, visto che ci siamo, anche dell’addetto stampa
del sindaco in carica. Non è vero? E allora ricordo un episodio, senza citare
nomi per non riaprire quelle che all’epoca sono state autentiche ferite perché hanno
colpito persone ignare. Cerimonia in Comune per la conquista del titolo di ‘Città
europea dello sport 2012’. Il sindaco Albore Mascia ha un’idea originale:
offrire al Comitato ospite una serata di gala, con spettacolo annesso, da
svolgere non nel solito ristorante con terrazza sul mare, ma in una sede
istituzionale, la sala del Consiglio comunale. Affida a un’agenzia esterna la
preparazione chiavi in mano della serata e l’agenzia decide di chiamare un
esperto per l’allestimento della sala, decisione, ribadisco, dell’agenzia, non
del sindaco né di nessun altro. Ed ecco la disgrazia: l’esperto chiamato dall’agenzia,
all’insaputa del sindaco e di chiunque altro, è la moglie di un assessore, che
svolge nel totale silenzio, con la tuta da operaio, il suo lavoro, e poi va
via. Apriti cielo: lo scopre il Pd e scoppia lo scandalo. Giorni e giorni sui
giornali, titoloni, interviste fiume, in cui l’attuale assessora del Pd urla,
scalpita, si dimena, perché vuole la testa del sindaco, dell’assessore, della
moglie, di tutta la stirpe sino alla quinta generazione, perché è uno scandalo!
Ecco, chi ha urlato tutto questo nei cinque anni del Governo Albore Mascia oggi
non se ne può uscire con ‘ma perché faccio l’assessore non ho diritti come
tutti gli altri cittadini?’. Ora è troppo semplice indossare i panni della ‘vittima’
della società e delle malelingue che tentano di infangare la credibilità della
cliente del legale. Chi per cinque anni ha vestito i panni della ‘pasionaria’ (termine
sicuramente esagerato, perché la pasionaria era Evita Peròn, e qui di Evita
Peròn c’è ben poco), ecco oggi non può semplicemente rivendicare i propri ‘diritti
di cittadina’. Troppo facile, troppo semplice. Partecipare a quel bando con il
proprio nome, da anni impegnato in politica attivamente, non era illegale, ma è
stato sicuramente inopportuno, e l’inopportuno in politica vale, vale tanto, e
pesa altrettanto. Alla Regione Abruzzo invece restano rivolte tre domande: la
prima, perché il 29 luglio, giorno della scadenza del bando già riaperto nel
mese di giugno, si è deciso di riaprirlo di nuovo, dando la possibilità di sostituire
integralmente le domande originarie a chi le aveva già presentate? La domanda
dell’assessora, visto che si rivendica la trasparenza delle procedure seguite,
è stata modificata, integrata, o sostituita, rispetto al primo protocollo del
22 luglio? E infine: era possibile finanziare la ristrutturazione di una
country house che a oggi non esiste, visto che la destinazione d’uso della
struttura, a oggi, è ancora quella di una bigatteria? Buona giornata!
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